| Cacciatore per Odio racconto del terrore di Sara
Era notte fonda. Lorologio del campanile aveva rintoccato
per quattro volte. Non me ne accorsi, non mi importava. Avevo
solo un punto fisso in mente: raggiungerlo! Avevo le guance
rigate dalle lacrime, e gli occhi rossi e gonfi. Non avevo paura,
non stavo scappando, lo stavo inseguendo. Sentivo in me una
rabbia folle, omicida, che avrebbe trovato pace solo nella vendetta,
nellatroce e lenta vendetta. Il vento mi sferzava il viso,
e i rami degli alberi mi sfregiavano le braccia. Non mi importava,
di niente, solo di lui. Non lo vedevo davanti da me, ma sapevo
che lavrei raggiunto. Lui non se laspettava di certo,
e lavrei preso in contropiede: gli sarei saltato addosso,
lo avrei trucidato, senza che lui potesse dire nemmeno una parola.
Lo avevo già ascoltato abbastanza: quei suoi discorsi
distorti che ti facevano il lavaggio del cervello, quelle sue
smancerie false e quel suo sorriso profondamente malefico. No,
non avrei fatto due volte lo stesso errore.
Ma è meglio che cominci dal principio
Eravamo nellanno
1846, la data precisa non ha importanza. Vivevo insieme alla
mia bellissima moglie Elisabeth in un piccolo e sconosciuto
paesino. Eravamo innamorati, eravamo felici e, tra non molto
tempo, lo saremmo stati di più: lei era incinta. Non
eravamo ricchi, io, allepoca, ero uno studente di medicina
e lavoravo per pagarmi luniversità, mentre lei
era una casalinga e ogni tanto, per arrotondare le entrate in
momenti di bisogno, faceva la baby sitter. Ma non aveva importanza,
perché il denaro non ci interessava: ceravamo solo
noi. Ogni mattina andavo alla mia università e tornavo
la sera tardi, distrutto ma felice, perché la ritrovavo
sempre sulla soglia di casa ad aspettarmi. Era incantevole sotto
la luce della prima luna. Quando mi scorgeva nella semioscurità,
sorrideva e mostrava i suoi perfetti denti bianchi. Era talmente
dolce che al solo vederla mi rinvigorivo. Una sera mi trattenni
in università più del solito e, quando me ne accorsi,
uscii di fretta e marciai verso casa a passo spedito. Feci anche
una piccola scorciatoia, ed è da qui che comincia la
mia storia. Vidi un uomo di circa quarantanni, dallaspetto
signorile, venirmi incontro. Non capivo cosa volesse e mi fermai:
sembrava una persona del tutto normale. Si tolse il cappello
e accennando un inchino mi disse Scusate se vi importuno,
ma avrei una domanda da porvi- e così dicendo fece un
gran sorriso. Rabbrividii! Aveva denti perfetti e lucenti, come
quelli della mia Elisabeth, ma gli davano un aspetto maligno,
malvagio
in una parola, mostruoso. Accennai un sorriso
e lui continuò Sono appena arrivato in città
e vorrei una stanza in un albergo. Potreste indicarmene uno?
Non importa la spesa
- Lo guardai stupito A questora
di notte e in questa stagione, solo nelle bettole potreste trovare
qualcosa. Non mi sembrate adatto a quei tipi di posti- Il sorriso
sul suo volto scomparve e ne apparve immediatamente un altro
ancora più crudele Mi dovrò accontentare
-
Così facendo stava per andarsene ma lo fermai, che Dio
mi maledica per averlo fatto Potreste venire a casa nostra
per questa notte!- si girò interessato e disse Non
vorrei disturbare
- -Non vi preoccupate, siete il benvenuto,
per me e per mia moglie- A queste parole gli si illuminarono
gli occhi, divennero come il fuoco, ma cera qualcosa dentro
di me che mi obbligava ad invitarlo nella mia casa. Fece un
inchino e disse Accetto!- Arrivammo a casa in un quarto
dora ma, in quel tempo, parlammo di un po di tutto.
Scoprii che era filosofo, poeta, e tante altre cose mischiate
nello stesso individuo. Le sue parole mi affascinavano; i suoi
discorsi, i suoi ragionamenti era talmente veri e profondi ,che
mi persi nellascoltarlo e, quando mi ritrovai sulla soglia
di casa e mia moglie mi venne incontro spaventata ed agitata,
mi scocciò per la prima volta la sua vista, perché
aveva interrotto la nostra conversazione. Mi chiese perché
ero così in ritardo e chi era luomo con me. Gli
risposi frettolosamente, senza curarmi della pena che aveva
provato nel vedermi arrivare in ritardo Mi sono trattenuto
troppo alluniversità, tutto qui! Ho incontrato
il signor
- mi accorsi di non sapere il suo nome. Rispose
subito, ma senza staccare gli occhi da mia moglie -il mio nome
è Marcus. Il cognome non è importante- Io continuai
Ho incontrato il signor Marcus e gli ho offerto di rimanere
stanotte da noi- non chiesi nemmeno a mia moglie il permesso.
Marcus le prese la mano e gliela baciò. Lei osservò
attentamente luomo e poi mi guardò stizzita. Mi
sentivo piccolo. Entrammo tutti insieme ed Elisabeth andò
in cucina dicendomi di andare con lei, mentre Marcus si accomodava
in salotto. Non mi piace!- fu la prima, e non lultima,
cosa che mi disse Ha unaria strana! Mi fa venire
la pelle doca- -È una persona normalissima, non
capisco di cosa tu debba avere paura- risposi. Cominciò
così la nostra discussione, la nostra prima discussione.
Finì in malomodo: non ricordo esattamente quello che
dissi ma, in poche parole, le spiegai luomo in quella
famiglia ero io e decidevo io. Al suono di quelle parole lei
sgranò gli occhi: non mi riconosceva più, ma nemmeno
io sapevo più chi ero. Si congedò freddamente
dicendo che non aveva fame. Ero arrabbiato, pensavo di avere
la ragione dalla mia parte e tornai in salotto servendo la cena.
Parlammo per ore e ore, fino alle due dopo mezzanotte. Andai
a letto stanco, sfinito. Marcus sembrava più arzillo
che mai. Quando entrai nella mia stanza, Elisabeth stava dormendo
e cercai di entrare nel letto senza svegliarla. Aveva il sonno
leggerissimo, ma non si mosse. Mi addormentai subito e fui risvegliato
da un suono strano, un gemito, che proveniva dalla stanza da
letto di Marcus: pensavo gli fosse successo qualcosa. Quando
mi misi a sedere sul letto, non trovai accanto a me la mia sposa.
Forse era andata a vedere cosa stava succedendo, pensai. Arrivai
davanti alla porta della stanza degli ospiti e non vidi nessuno.
Attaccai lorecchio alla porta e sentii ancora i gemiti.
Socchiusi la porta delicatamente, sbirciando allinterno
della stanza. Nessuno e allora laprii tutta e vidi ciò
che non avrei mai voluto vedere: mia moglie distesa sul letto
e sopra di lei Marcus. Si scaturì in me una rabbia infernale,
avrei voluto picchiarla per ciò che mi aveva fatto e
sicuramente avrei portato a termine il mio compito se qualcosa
non avesse attirato la mia attenzione: dalle lenzuola colava
una sostanza rossa che cadeva a gocce sul pavimento. Mi misi
una mano sul petto per non far scoppiare il cuore: sangue! Marcus
stava facendo qualcosa a mia moglie, la stava uccidendo.
La rabbia mi riprese e urlai. Lui si voltò si scatto:
vidi i suoi occhi rossi sfavillare, i denti in un ghigno ancor
più malefico appuntiti e sporchi di sangue. Capii chi,
o per meglio dire, che cosa avevo portato in casa, capii che
errore tremendo avevo fatto, capii quanto ero stato stupido
e capii anche quanto lodio per una persona può
essere grande. Mi scaraventai su di lui e lo buttai giù
dal letto. Lottammo ma lui era più forte e mi piantò
i suoi artigli nella carne, poi, con un balzo felino, uscì
dalla finestra e corse via ridendo. Mi rialzai subito ed andai
al letto su cui giaceva mia moglie. La sua pelle era diventata
bianca, i suoi occhi si stavano facendo vitrei. Riuscì
solo ad alzare una mano e a sorridermi dolcemente. Con quel
gesto mi diceva che non era arrabbiata con me, che non avrei
dovuto morire per vendicarla, che era la sua ultima volontà.
Non la rispettai! Non appena chiuse per sempre gli occhi urlai
con quanto fiato avevo in corpo e, con le lacrime calde che
mi bagnavano il viso, senza pensare al dolore della ferita subita,
andai a prendere la mia balestra tramandata di generazione in
generazione nella mia famiglia. Me la misi dietro le spalle,
corsi nella stalla del mio vicino e gli rubai un cavallo. Gli
montai in groppa e andai al galoppo nella direzione in cui avevo
visto fuggire il miserabile.
Ora sapete comè iniziata, ma non comè
andata a finire! Non vi dirò se ho vendicato la mia dolce
Elisabeth e mio figlio che portava in grembo; non vi dirò
se ho raggiunto quel mostro e lho ucciso. Vi dico solo
che, da allora, ho cercato con tutte le mie forze di aiutare
le persone normali contro questi empi demoni e tuttora
lo sto facendo. Ho aiutato centinaia di persone, ma non ho mai
capito se lo facessi per loro o per me. Credo più per
me, ma questa è un'altra storia
Ci saranno altri
momenti in cui potrò raccontarvela. Questa, ora, è
finita.
Che sbadato! Non vi ho nemmeno detto il mio nome! Mi chiamo
come mio padre, e come mio nonno prima di lui: Abraham Van Elsing,
ma tutti mi chiamano Bram.
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