DOKTOR INFAUSTUS racconto del terrore di Davide
Riccio
Faust Maria Valdes era pratico di lettura chiromantica. La
sua breve, pallida, sottile linea della vita rassomigliava al
corso dellEbro, che dalla Cordigliera Cantabrica ai piedi
del monte di Giove, invece di muoversi fino alla grande foce
a delta di Capo de Tortosa per immettersi nel Mar Mediterraneo,
si perdeva presto nella calda e secca Navarra a sud di Pamplona,
più o meno a Calahorra. Le linee dei polsi che configurano
la cosiddetta rascetta confermavano ineluttabilmente una vita
di scarsa durata temporale, non oltre i 28 anni. Per tutti gli
inquieti che si interrogano è credenza che il nostro
destino cambi ogni sette anni, perché ogni sette anni
luniverso in-tero si riprende in esame e si rinnova.
Il ventottesimo genetliaco di Faust Maria Valdes non era stato
festeggiato quel giorno; solo un collega della cartiera, quello
addetto alla centrale di dosaggio, gli aveva augurato il buon
compleanno, appena udito nel frastuono degli spappolatori idrodinamici.
Un bravuomo, quellAntonio De Andrea; alla fine del
turno gli aveva offerto sangria ghiacciata al bar. Dieci minuti
interminabilmente trascorsi da Valdes più a rimestare
e a fissare gli occhi sui pezzi di frutta in infusione che non
a parlare.
La notte cadeva su Saragoza. Da casa sua si scorgevano ancora
i vertici delle quattro torri gotiche di Nuestra Senora del
Pilar. Faust Maria Valdes rientrò dal balcone, sprofondò
nella poltrona-letto e accese la lampada a stelo accanto, orientando
la sorgente di luce alogena piena e fluida sulle mani. Aveva
già sfilato da più di unora lorologio
da polso di acciaio, e cosparso un velo di albume - ormai disseccatosi
- sul palmo della mano sinistra, cancellando i falsi segni e
ingrandendo come una lente quelli parlanti. Per lennesima
volta Faust Maria Valdes fece una lettura sottile della sua
mano. Infine, sempre quei ventotto anni!
Avendo i demoni in orrore - lui così cattolico -volle
per prima cosa stipulare il suo patto, ma con Dio. Tuttal
più non sarebbe capitato proprio nulla.
Erano circa le 24 quando si muni di carta pergamenata e penna
a cannetta. Sedette al tavolo, appoggiò lavambraccio
e su un fazzoletto di lino ben spiegato la sua mano distesa
rivolse col palmo verso il cielo della stanza. Con la mano destra
strinse fra il pollice e lindice una lametta da barba
a due tagli: cominciò a incidere con calma la cute dal
punto esatto in cui la linea della vita risultava interrotta,
passando attorno al monte di Venere, arrotondando il segno lungo
il centro della superficie palmare e giù ancora fin verso
il polso. Aveva ridisegnato la sua esistenza di mai avuta grande
vitalità, di mai avuto calore negli affetti, di mai irradiata
simpatia fino alla veneranda età di centanni almeno.
Il sangue usciva e Faust Maria Valdes vi intinse molte volte
il pennino; così andò stilando il suo patto a
dir poco insolito.
lo, Faust Maria Valdes, con codesto patto mi dichiaro
impegnato a essere servo di Dio e in capo a 75 anni da oggi
ad appartenergli nel corpo e nellanima in cambio di una
lunga vita ricca di soddisfazioni buonissime. Finito che
ebbe di scrivere, mentre tamponava la ferita con falde di ovatta
e acqua ossigenata, Faust si avvide che le linee del polso relativo,
rimaste quelle brevi, evanescenti e frammentarie di prima, avrebbero
dovuto subire senzaltro la stessa correzione apportata
a miglioria della vita per non creare la giustificabile occasione
di fatali incidenti. Avuta lintuizione, riprese fra le
dita la lametta, indirizzò una leggera dieresi nel tessuto
epidermico in corrispondenza delle tre linee del polso sinistro
per riattingervi il pennino e riscriversi più certo il
patto con Dio. Ma fu lungo la terza linea del polso che, col
commutatore dimenticato al massimo volume, vivace squillò
la suoneria del telefono e pesante per lo spavento gli scappò
la mano destra. Il sangue sgorgò a fiotti.
Faust Maria Valdes cadde svenuto dalla forte emozione di raccapriccio
e dal dolore improvviso e violento. Non riprese mai più
coscienza. Nel giro di pochi minuti morì svenato.
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