Racconto d' Autunno inoltrato racconto del terrore di Colombo
Diego
Quella mattina, appena aprii gli occhi, vedendo che era ancora
buio, pensai che fosse ancora notte inoltrata. Poi qualcosa
mi disse che era già giorno, e così capii che
era la coperta tirata sopra la testa che mi impediva di vedere.
La scostai,notando che era insolitamente rigida, e poi per vedere
la luce mi ci volle più di un attimo, un tempo in cui
mi sembrò di dover scavare nelle tenebre per uscire dal
sonno. Dopo un po'finalmente "luce fu".< Che freddo!
> pensai, qualcuno doveva aver lasciato la finestra aperta.
Poi, a giudicare da ciò che vidi, immaginai di essere
stato vittima di un episodio di sonnambulismo: lapidi...lapidi
tutt'intorno a me. Centinaia...migliaia di lapidi di ogni forma
e dimensione,vecchie e recenti, a perdita d'occhio.
Non ci voleva molto a capire di essere in un cimitero, quello
del mio paese per la precisione. Fu invece ciò che vidi
quando mi voltai che richiese molto più tempo per essere
compreso: una lapide che richiamò la mia attenzione.
Non perché fosse diversa, era infatti uguale a tutte
le altre, una lastra di marmo piantata nel terreno scuro, e
non mi avrebbe fatto nessun effetto se non avessi visto la mia
foto che mi sorrideva dalla sua superficie liscia. In un lampo
esaminai la situazione. Un sosia...sicuramente. Che coincidenza,
svegliarmi dal sonnambulismo proprio davanti alla tomba di un
mio sosia. Le coincidenze, nelle quali tra l' altro non ho mai
creduto, iniziarono a sembrarmi troppe quando mi accorsi che
il sosia era anche mio omonimo. Sì, perché sulla
lapide spiccava la scritta "Colombo Diego 07-01-1977 /
31-10-1999". Infine capii. Non era un omonimo... ero io.
Fu come se un pugno mi avesse raggiunto in pieno stomaco. Caddi
in ginocchio, mi presi il viso tra le mani e cercai di non impazzire.
Quando mi fui giustamente sfogato mi alzai in piedi e mi misi
ad esaminare la lapide. Non so per quanto tempo rimasi lì,
gli occhi fissi a guardare quel pezzo di marmo. Quando infine
mi destai da questa catatonia avevo accettato, per quanto possibile,
la realtà dei fatti: io ero morto. < Allora Diego...stai
calmo...fai il punto della situazione > mi dissi. Io ero
morto, e questo era un fatto, ma perché ero ancora lì
e non in Paradiso, o più presumibilmente in Purgatorio,
o ancor più presumibilmente all' Inferno? Domanda da
scartare... io non avevo mai creduto a nessuno dei tre. Il punto
era chi o cosa ero io, e perché ero lì. Notai
che uscendo dalla tomba non avevo smosso terra, il che significava
che non ero uno zombie.... Beh...meno male... la prospettiva
di aggirarmi barcollando semiputrefatto non mi attirava un gran
che. Scartai quindi l' ipotesi del novello "Eric Draven"
tornato per vendicarsi (di chi poi?). Dovevo essere etereo,
ma non capivo il motivo per il quale, toccando qualcosa, potessi
sentirne la consistenza e la mia mano non attraversasse l' oggetto.
Altra domanda da accantonare... non è che me ne fregasse
un gran che. Quel che realmente mi importava era sapere che
giorno fosse. Io ero morto, chissà come,il 31 Ottobre
1999. Dopo quanto tempo ero per così dire "risorto"?
Per quanto ero rimasto incosciente? Iniziai a camminare tra
le tombe del "Campo Nord" (quello dove stava la mia)
in direzione della baracca del custode, dove speravo di trovare
un calendario. Ed infatti eccolo lì, appeso ad un chiodo
arrugginito all' esterno della porta. Mi avvicinai e dedussi
dalle crocette che era Mercoledì 3 Novembre 1999. Io
ero morto il 31 Ottobre, e quindi ero "risorto" dopo
tre giorni. < Forte! >pensai,< Come Gesù Cristo
>. Una domanda fondamentale che prima stupidamente non mi
ero posto si affacciò alla mia mente: io ero il solo
"Spirito" in quel cimitero? Se "sì"...
perché? E se "no", mi ero perso qualcosa di
bello il giorno dei Morti? Sarebbe stato il colmo... già
morire a 22 anni è una gran seccatura... prima di vedere
il 2000... perdendo così la possibilità di sbugiardare
Nostradamus. Ma perdersi una ipotetica Festa dei Morti sarebbe
stato troppo. Mi accorsi solo allora che tra i tumuli c' era
altra gente... che fossero vivi ancora non potevo saperlo. Mi
avvicinai ad una vecchina che stava cambiando i fiori in un
vaso e dissi: < Mi scusi... >. Non mi degnò di
uno sguardo e continuò nel suo lavoro. Io restai a guardarla,
già sapendo che non poteva né sentirmi né
vedermi. Infine si alzò a fatica e mi passò attraverso
come se fossi fatto d' aria. Rabbrividii in preda ad un freddo
che veniva dal più profondo del mio essere. Un' altra
persona attirò la mia attenzione: una ragazza che singhiozzava
con il viso tra le mani. Mi fermai in piedi alle sue spalle,
triste perché non sapevo come aiutarla. D' istinto le
poggiai una mano sulla spalla pensando < mi dispiace...>
Dolcemente,immagini di un ragazzo biondo mi riempirono la testa...
lui che corre... lui che sorride... lui che le tiene la mano.
Non feci in tempo a chiedermi se potevo ancora versare lacrime,
che una mi rigò la guancia. Soffrivo per lei e con lei,
e mentalmente cercai di consolarla. Come per incanto lei smise
di piangere, si alzò e si voltò verso di me senza
vedermi. Il suo viso ora era più sereno, sebbene vi si
leggesse ancora il dolore, e fu con questa espressione che la
vidi andare via. Capii. Potevo parlare al cuore delle persone
quando mi sentivo vicino a loro, quindi condividevo i loro pensieri
e le loro emozioni. Sorrisi,sperando di aver alleviato almeno
un po' il suo dolore.< E la mia di ragazza? >pensai <
Avrebbe pianto per me? E le altre persone che mi volevano bene
e alle quali volevo bene...come staranno? I miei genitori...i
miei amici >.Decisi di andare a casa per vederli, almeno
per l' ultima volta. Mentre camminavo a passo spedito verso
il cancello d' ingresso cominciò a venir giù una
pioggerellina mista a nebbia... fredda e cattiva,tanto che le
porzioni di pelle sulle quali si posava sembravano volersi ritrarre
per sottrarsi al contatto.
< Ma a che serve > mi chiesi < essere eterei ed impalpabili
se si sente comunque il freddo ed il fastidio? >. Ecco,ora
vedevo il cancello in ferro battuto che divideva la Città
dei vivi da quella dei morti. Mi avvicinai e tirai. Niente.Il
cancello non si mosse. Eppure il chiavistello era aperto. Tirai
più forte ma quello non cedette. Provai ad arrampicarmi
sul cancello per scavalcarlo. < Quel che non si spezza si
dovrà pur piegare >pensai tra me. Terminò prima
la mia "scalata" che quel pensiero. Fu come se stessi
spingendo contro un soffitto invisibile. All' incirca all' altezza
di tre metri non si andava oltre. Provai e riprovai ma non ci
fu nulla da fare. Lì ero e lì dovevo restare.
Mesto come un cane bastonato me ne stavo tornando verso la mia
tomba, e ogni tanto incrociavo qualcuno che camminando distratto
mi passava attraverso, cosa che incominciava ad irritarmi non
poco, quando un uomo che non avevo neppure notato, sfiorandomi
la spalla e continuando per la sua strada disse < Mi scusi
>. <Di nulla > risposi di riflesso. Solo parecchi passi
più avanti realizzai ciò che era successo. Quell'
uomo mi aveva visto! Tornai correndo sui miei passi,e quando
non lo trovai capii il significato della parola "disperazione".
Poi lo vidi qualche vialetto più in là, intento
nell' osservare una cornacchia posata sul braccio di una croce.<
Mi scusi! > gridai da una notevole distanza mentre correvo
verso di lui. E quello si voltò nella mia direzione.
Si era voltato...capite?! <Mi scusi...> ripetei gli fui
vicino < lei mi ha visto,vero? >.Mi guardò come
si guarda un pazzo in preda al delirio < Certo che l' ho
vista...ma che ha tanto da urlare?>. Non riuscivo a togliermi
dalle labbra un sorriso che a lui dovette sembrare idiota. <
E' che qui non mi vede nessuno... a parte lei naturalmente...
è morto anche lei? >. Allora scomparve dal suo volto
l' espressione stupita, cedendo il posto ad una benevola, come
se stesse parlando ad un bambino. < Appena arrivato...dico
bene?> mi chiese.
E poco dopo eccomi seduto su di un muricciolo a parlare con
quell' uomo che non conoscevo, quell' uomo che, lo avrei capito
in seguito, aveva deciso di farmi da mentore. Dimostrava una
cinquantina d' anni, avrebbe potuto essere mio padre, aveva
i capelli castani ben pettinati, vestiva un po' all' antica
ed aveva un viso saggio, la faccia di chi sa molte cose e, stranamente,
è disposto a condividerle con qualcuno. < Perché
siamo qui? > gli chiesi di slancio iniziando il discorso.
< Cioè...abbiamo uno scopo o cosa? E perché
non possiamo uscire? Siamo prigionieri? E di chi? >. Lui
prese un lungo respiro, poi: < Ti fai troppe domande ragazzo,
io ho smesso da tempo di cercare le risposte. A proposito,hai
un nome? Il mio è Carlo Farandini, morto all' età
di 48 anni nell' Anno Domini 1928 >.<Che senso hanno i
nomi > risposi in un sospiro < in un posto in cui nessuno
ti può chiamare? >. < Oh,ne hanno...ne hanno molta
>disse lui < servono per non dimenticarci chi siamo e
chi eravamo, per continuare ad esistere >. Lo guardai in
viso: < Mi chiamo Diego Colombo, morto tre giorni fa all'
età di 22 anni >. <E comunque >continuò
lui < non è vero che nessuno ti può chiamare,
io e gli altri possiamo. Oh,già... tu non sai che qui
siamo in tanti, hai visto solo me. Beh, a quest' ora è
logico, a molti non piace il fatto di non essere visti dai viventi,
e quindi escono solo di notte quando qui ci siamo solo noi morti.
E' un po' un modo per sentirsi ancora vivi. Ma questo non vale
per me, a me piace stare solo, in pace, a guardare i viventi...
a condividere le loro esperienze... le loro emozioni, e quando
possibile, a dar loro un po' di conforto >. < Anch' io
> dissi allora <prima ho fatto qualcosa di simile con
una ragazza... è stato bello >. Il suo viso si riempì
di gioia. < Vedi... > disse < è così
che alcuni di noi passano le giornate... aiutando i viventi.
Noi non possiamo uscire, è vero, ma chi ha veramente
bisogno di aiuto lo trovi qui, a portata di mano. Aiuterai anche
persone a te care, che verranno qui per farti visita... e allora
capirai molte cose. Poi la notte qui c' è un po' di tutto...
festicciole... raduni... convegni... tutti a modo nostro, s'
intende. Ti sei perso la festa dell' altro ieri notte, ed è
un peccato, perché è stata grandiosa... la più
bella dell' anno >. < Ecco... lo sapevo... > mormorai
< la mia solita sfortuna >. Improvvisamente mi venne in
mente una domanda fondamentale. < Mi scusi... > chiesi
<ma quindi qui siamo tantissimi, se si tiene conto di tutta
la gente morta da quando c' è il cimitero >. <
Non tanti quanto pensi > mi rispose < vedi... specialmente
quelli morti da più tempo non ci sono più. Si
sono stancati di stare qui... di ricordare... e se ne sono andati,
non chiedermi dove... semplicemente hanno deciso di smettere
di esistere e si sono lasciati andare, diventando un tutt' uno
con il Nulla. E' un po' difficile da capire >. Io restai
assorto per un tempo indefinito, e fu lui ad interrompere i
miei pensieri. < Beh... > mi apostrofò < ora
basta con queste cose. Avrai tutto il tempo di imparare di persona.
Stanotte ci sarà una festicciola, per cui è meglio
che ti riposi un pochino. Andiamo >. Mi accompagnò
al mio tumulo,si congedò e sparì camminando lentamente
tra la foschia.
Termina qui il racconto del mio primo giorno da morto.
Ed ora sono già passati tre anni da quel giorno,ed io
sono ancora qui. Ho trascorso le mie ore a consolare sconosciuti...
a soffrire con loro senza mai chiedermi troppo il perché.
Ho visto piangere tanta gente, tra cui persone alle quali ho
voluto e voglio bene. Ho ritrovato amici cari arrivati qui prima
e dopo di me... e con loro ho stretto il patto di non smettere
mai di ricordare... di non lasciarmi mai andare nell' oblio.
Ho visto persone dalle quali non mi sarei mai aspettato nulla
pregare sulla mia tomba... ed altre dalle quali mi sarei aspettato
tanto passare senza degnare di un saluto il mio corpo là
sotto. E ogni giorno spero comunque di aver lasciato un segno
nel Mondo là fuori,nel cuore di qualche persona... qualcuno
che ogni tanto,ricordandomi,mi porti un fiore, e, commosso,
lo depositi dolcemente su quello che, dal momento della mia
nascita, è sempre stato il luogo verso il quale ho camminato.
TORNA ALL'INDICE
DEI RACCONTI